Visualizzazione post con etichetta SCUOLA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SCUOLA. Mostra tutti i post

sabato 14 luglio 2012

SPENDING REVIEW : NO AI TAGLI ALL'ISTRUZIONE

"Apprendiamo dalle prime indiscrezioni sulla spending review che ci
sarebbe un ulteriore taglio al settore dell’ università pubblica di
200 milioni di euro. La scelta del governo è grave e miope, tanto più
perché si tratta di un settore già ferito dai tagli Gelmini-Tremonti
del precedente governo Berlusconi.

Gli economisti più importanti concordano universalmente che l’unico modo per uscire dalla
crisi economica sia quello di aumentare gli investimenti pubblici in scuola, università, conoscenza e ricerca; in Italia la tendenza è quella opposta, e si continuano e chiedere ancora più sacrifici a un settore, quello dei saperi pubblici, ridotto oramai allo stremo.
Questo governo si sta dimostrando sempre più in continuità con quello precedente, e oramai anche più pericoloso. Sappia però che, imboccando la solita china dei tagli al settore della conoscenza, si ritroverà di fronte quella stessa gigantesca opposizione che animò tutte le
università pubbliche contro il governo Berlusconi."

Gian Piero Cesario- Portavoce Esecutivo FGCI

domenica 20 maggio 2012

giovedì 2 dicembre 2010

DILIBERTO Governo screditato. Ritiri riforma Gelmini e si dimetta

Come pensa questo governo screditato di uscire dalla situazione in cui, per sua stessa colpa, un’intera generazione di giovani sta manifestando in tutte le città di Italia? Le proteste non finiranno qui, andranno avanti, e l’estraneità tra governo e paese reale diventerà peggio di una voragine. Berlusconi ha una sola via di uscita: ascoltare i giovani e ritirare la controriforma Gelmini. Ci sarebbe anche un’idea migliore: dimettersi, lasciare il governo di un Paese che per colpa sua è allo sbando.

martedì 21 settembre 2010

TAGLI SCUOLA: LA GIUNTA CHIODI NON PUO’ FAR FINTA DI NIENTE

Le balle del ministro Gelmini si stanno sciogliendo come neve al sole.

La Regione Abruzzo non può rimanere indifferente di fronte al grido di dolore che si leva dal mondo della scuola.

Le manifestazioni di oggi a Pescara e quella di domani a l’Aquila, come le proteste dei giorni scorsi, evidenziano che la riforma della Gelmini produce conseguenze devastanti sulla scuola pubblica in particolare in una regione come l’Abruzzo che finora non ha stanziato risorse aggiuntive per colmare i tagli governativi.

Ricordiamo che, solo per fare degli esempi, l’Emilia Romagna ha stanziato 51 milioni, la Puglia 21 e la Basilicata 7.

Se come sostiene l’assessore Masci la Regione Abruzzo non ha disponibilità di bilancio, cosa su cui ci sarebbe da approfondire, la Giunta Regionale ha il dovere di chiedere con forza al suo Governo la deroga per l’Abruzzo dagli interventi di riduzione della dotazione organica del personale docente e ata previsti per la scuola dalla pseudo-riforma Gelmini e l’assegnazione di risorse aggiuntive.

Se l’istruzione è un diritto sancito dalla Costituzione non è accettabile che le politiche del Governo determino una situazione di oggettivo svantaggio per le regioni più deboli.

Alla sciagurata riforma Gelmini si aggiungono in Abruzzo le conseguenze del debito sanitario e del terremoto.

Pertanto va rivendicato con forza un intervento del Governo che consenta di tutelare i diritti degli insegnanti e del personale precario e di scongiurare la riduzione delle ore di insegnamento e l’aumento degli alunni per classe.

Maurizio Acerbo, consigliere regionale di Rifondazione Comunista

Antonio Saia, consigliere regionale dei Comunisti Italiani



L’Aquila, 20 settembre 2010

lunedì 20 settembre 2010

DALLA PARTE DEI SAPERI, PER LA SOCIETA' DI DOMANI

La protesta dei precari della scuola di questi giorni rivela drammaticamente quale sia la situazione creata da questo governo. Una protesta che si sta caratterizzando per modalità del tutto nuove, esasperata dalle parole gravi e irresponsabili del ministro Gelmini. Una concezione classista e padronale che insulta la dignità delle decine di migliaia di lavoratori della scuola a un passo dal licenziamento. La riforma che si sta concretizzando in questi giorni ha una portata epocale, addirittura peggiore di quella di Gentile sotto il fascismo: una riforma che distrugge, dequalifica, licenzia, elimina, impoverisce e condanna.
Il futuro di giovani, studenti, personale ATA, docenti e ricercatori non è mai stato così attaccato nelle sue fondamenta come da questo governo.

Il punto nodale è che non c’è alcuna volontà di operare vera una riforma del comparto dei saperi - anche solo una riforma di destra, una visione delle cose diversa dalla nostra, ma comunque espressione di una legittima posizione, per quanto non condivisibile.

In realtà si sta solo sistematicamente affossando il comparto scuola-università senza dare alcuna prospettiva diversa, rendendo l’istruzione pubblica ai suoi vari livelli un ricordo antico, e impedendo di fatto che attraverso essa si crei nel futuro cittadino consapevolezza sociale ed emancipazione economica. Per questo crediamo che sui saperi, sulla lotta per una scuola ed un’università di massa e di qualità debba necessariamente declinarsi la nostra proposta radicale di trasformazione della società, respingendo sì la riforma Gelmini, ma rilanciando anche la nostra visione del mondo.

Il workshop sui saperi svoltosi nei giorni scorsi al campeggio unitario FGCI-GC “Alternativa Rebelde“è stato utilissimo a tal proposito, con giovani compagne e compagni che hanno portato un contributo propositivo notevole, declinando una visione alternativa e “classista” del conflitto e specificando come le due organizzazioni giovanili comuniste debbano agire come un soggetto organico in termini di proposte e di idee.

Ma è nell’incontro con le altre realtà giovanili in campo, partitiche, sindacali, semplici collettivi che si dovrà costruire a partire da subito un fronte unico in grado di arginare la barbarie di questo governo.

Per questo non possiamo che ringraziare la partecipazione al workshop delle compagne e dei compagni di UDS-LINK, Rete degli Studenti, UDU, Uniriot e Forum dei Sapei di SEL. Un segnale preciso di aggregazione nella lotta sui contenuti e sulle proposte, a dimostrazione che dinanzi ad un attacco alla democrazia senza precedenti, ai saperi, alla qualità della conoscenza, al diritto allo studio e all’uguaglianza delle condizioni di partenza sia imprescindibile rispondere con un fronte condiviso e compatto, lanciando proposte serie e di cambiamento. Una mobilitazione collettiva, costruita su una piattaforma discussa e ambiziosa, che veda dalla stessa parte della barricata tutte le vittime dello smantellamento in atto, con proposte concrete e non semplici slogan.

Intendiamo mettere a disposizione di questa piattaforma larga e partecipata le proposte che la FGCI ha maturato nella sua attività politica: spostare a diciotto anni l’obbligo scolastico, introduzione di un incentivo fiscale di 200 euro per tutti i figli appartenenti a nuclei famigliari con reddito ISEE inferiore ai 10.000 euro, a patto che i figli proseguano gli studi per tutto il periodo obbligatorio, riforma delle rappresentanze studentesche in modo che esse siano più incisive e funzionali, innalzamento almeno al 5% del Pil delle risorse pubbliche destinate a finanziare l’istruzione insieme alla resa gratuita o semi gratuita di libri di testo e materiale scolastico, lotta per il risanamento dell’edilizia scolastica rispetto alla quale anche questo governo ha miseramente fallito.

Sul fronte universitario diciamo NO ad una università per pochi e gestita dai privati. Vogliamo che la formazione a tutti i livelli resti libera così come la ricerca. Vogliamo che le università ritornino ad essere un luogo di cultura accessibile a tutti senza distinzione di classe, in cui tutti abbiano le stesse possibilità indipendentemente dalla situazione economica, sociale e personale. Accanto a questo chiediamo che siano varate delle vere leggi sul diritto allo studio e che siano stanziati fondi per case dello studente, mense universitarie, rimborsi per libri e che accanto ad ogni polo universitario sia creata una rete di servizi e soprattutto una rete di trasporti tale da rendere gli atenei e le città universitarie più a dimensione di studente. Le risorse, ovviamente, devono essere distribuite secondo un criterio complessivo legato al reddito.

Riteniamo che la rappresentanza studentesca debba essere ripensata in modo da poter rendere lo studente più incisivo in merito alla didattica e all’organizzazione degli atenei.

Crediamo che una sana ed incisiva rappresentanza studentesca possa anche arginare il fenomeno dello strapotere dei così detti “baroni”.

Crediamo che lo studente debba essere la figura centrale e più importante nel sistema universitario e riteniamo che questo dovrebbe essere il cuore delle politiche universitarie del governo, mentre troppo spesso il suo ruolo è relegato a quello di semplice spettatore-utente senza la possibilità né il diritto di poter esprimere un parere in merito a politiche che lo interessano in prima battuta.

Ma le proposte e l’idea alternativa che noi abbiamo sul tema dei saperi e che intendiamo ancorare alla società non può che tenere presente anche di un’altra componente, quella di tutti i lavoratori della conoscenza.

Lavoratori che a causa di questa ignobile riforma vedono il proprio futuro tragicamente a rischio. La solidarietà non basta, e non è peraltro tra i compiti di un’organizzazione giovanile.

Ma riteniamo, con convinzione che la lotta per un sistema dell’istruzione migliore passi imprescindibilmente attraverso un miglioramento effettivo e strutturale delle condizioni di docenti, personale ATA, ricercatori e precari. E tutto ciò non si realizza certo attraverso licenziamenti ma aumentando la spesa, attraverso un impiego necessario delle risorse pubbliche.

Questo perché ci sono settori dello Stato, in un mondo ancorato ai concetti di efficienza ed economicità, sui quali non è possibile applicare un’impostazione aziendale, fatta da utili e ricavi: il settore dei saperi è uno di questi, l’investimento senza “ritorni” immediati, con aumenti di risorse per scuola, università e ricerca, è fondamentale per una società ricca culturalmente e libera economicamente.

Il nostro obiettivo è chiaro e l’analisi del contesto in cui ci troviamo a combattere lo è altrettanto. Ora, dopo l'analisi, non possiamo più rinviare l’azione, che passa attraverso un soggetto politico forte, giovanile e generazionale, che sappia essere canalizzatore delle lotte, ma soprattutto sia in grado di unire ad una dinamica di difesa delle conquiste sociali di studenti e operai nei decenni passati, il rilancio di una visione nuova e nostra, di questa generazione, del contesto sociale nel quale siamo destinati a vivere e ad esprimere le nostra personalità e capacità.

Il nostro essere comunisti si declina in un modo molto preciso: costruire le condizioni materiali per cambiare l’esistente, realizzare una società migliore. Il percorso unitario e condiviso con i Giovani Comunisti risponde a questa elementare esigenza.

Siamo la generazione che per prima invidierà le condizioni di vita di quelle che ci hanno preceduto; non possiamo accettare passivamente questa condizione, che è figlia di un vero e proprio furto ai nostri danni. Da questo assunto lanciamo la nostra sfida a chi pensa che questo disegno di egoismo sociale chiamato riforma veda i giovani di questo paese proni alla distruzione del proprio futuro.

Questo governo cadrà, le sue riforme non passeranno, la democrazia sarà ampliata e non mortificata e i saperi torneranno ad essere un patrimonio accessibile a tutti.

Gian Piero Cesario - Responsabile Nazionale Scuola FGCI

giovedì 11 marzo 2010

LA PIATTAFORMA DELLA FGCI SULLA SCUOLA


UNA SCUOLA DA DIFENDERE CON LE UNGHIE E CON I DENTI

Dopo questi mesi di lotta non ci siamo ancora stancati ma anzi siamo più carichi che mai nella difesa di una scuola e un sapere comune collettivo, libero e alla portata di tutti che il governo Berlusconi vuole smantellare.
Secondo questo Governo la scuola pubblica non deve essere un perno di importanza vitale per il Paese, in grado di garantire il sapere e la conoscenza a tutti i suoi cittadini, ma è il nemico pubblico numero uno da dequalificare e destrutturare evitando che i giovani cittadini si formino liberi ed emancipati, e al tempo stesso garantendo che l’unica istruzione di qualità sia quella dei ricchi a fruizione dei ricchi.
Le norme dei ministri Gelmini e Tremonti servono, tout court, questa causa: quasi 8 miliardi di euro di tagli ( il 20% dell’intero bilancio della scuola pubblica) e il licenziamento di circa 150 mila tra docenti e personale ATA (gran parte personale precario), la facoltà di trasformazione degli istituti scolastici in fondazioni di diritto privato, la riduzione dell’orario obbligatorio e la reintroduzione del maestro unico alle elementari; ma anche la contemporanea introduzione dell’abbassamento dell’obbligo di istruzione a 14 anni e il finanziamento delle scuole private e paritarie con le stesse modalità del finanziamento alle scuole pubbliche (nel progetto di legge Aprea).

La pericolosità reazionaria di un simile disegno non può non essere immediatamente percepita da ogni persona di buon senso; se il sapere è l’unico strumento reale di emancipazione sociale allora si distrugga il sapere; se il sapere viene veicolato dalla scuola e dalle università pubbliche allora siano dequalificate e sia impedito loro di svolgere il fondamentale ruolo ad esse prefigurato dalla Costituzione, ossia quello di garantire a tutti il sapere; se l’unico modo per colpire un sistema avanzato di valori e di principi, che vuole che i diritti fondamentali siano garantiti a tutti i cittadini, è quello di colpirne la base costituita dal sapere e dall’istruzione garantita a tutti, allora lo si faccia, e si crei una società di menti ignoranti e asservite più facili da comandare e magari da gettare in pasto al capitalismo del libero mercato, avido di mano d’opera a basso prezzo.
La destra malsana che ci ritroviamo al governo intende questo quando parla, carica di aulici eufemismi, di razionalizzazione o ripensamento del modello scuola. In realtà l’unico punto fondamentale è distruggere le basi del sapere accessibile (costituzionalmente) a tutti, indipendentemente dal fatto se i “tutti” in questione siano ricchi o poveri, avvantaggiati o disagiati, cittadini o immigrati, meritevoli e non (perché prima di parlare di meritocrazia bisogna garantire a tutti, anche a chi non è meritevole, di confrontarsi con le proprie capacità e ambizioni in una scuola qualificata, e non utilizzare quel concetto come alibi per introdurre un’istruzione classista).
Non è un caso se accanto ai tagli troviamo la vergogna, indegna per un qualsiasi paese evoluto, dell’abbassamento dell’obbligo scolastico da 16 a 14 anni, laddove la nostra dispersione scolastica si attesta sopra il 20% rispetto all’ UE che si ferma al 14,7%. Come a dire, agevolare quel fenomeno eliminando un obbligo che pure fatica a impedire che soprattutto al sud migliaia di giovani finiscano nelle vie della delinquenza, più o meno organizzata, del lavoro minorile o della semplice ignoranza. In un quadro simile è evidente che il nostro ruolo non è quello di stare a guardare chi piccona i nostri diritti e il nostro futuro, ma è quello di agire contro, costituendo un fronte di difesa che veda studenti, genitori, insegnanti, organizzazioni sindacali e studentesche, liberi cittadini pronti a scendere in piazza e a difendere con unghie e denti una scuola pubblica non più ispirata ai principi di democrazia, uguaglianza, laicità, solidarietà e pluralismo affermati dalla Costituzione ma affine ad un’impostazione classista e anti-sociale.
Sentiamo la necessità e l’urgenza di fare in modo che la nostra generazione non sia l’ultima a poter usufruire di un sistema scolastico pubblico e democratico, pensato per tutti e accessibile a tutti. È per questo che sosteniamo e partecipiamo alla battaglia del referendum scolastico nazionale voluto dall’UDS affinché gli studenti si pronuncino in prima persona su quattro temi di interesse primario, come didattica, stages formativi, rappresentanza e diritto allo studio. Pensiamo sia uno strumento importante di democrazia e possa essere il veicolo mediante il quale fare uscire fuori dalle aule scolastiche tutto il malessere di un popolo studentesco vessato e condannato nel suo futuro da questo governo.
Da comunisti vogliamo mettere in campo alcune proposte, sulle quali costruire mobilitazioni con tutti i soggetti politici e sociali che le condividono, imperniate su un'idea radicalmente diversa di scuola.
Innanzi tutto proponiamo un piano straordinario decennale (le cui risorse siano reperite con la lotta all’evasione e con la riduzione delle spese in armamenti e missioni militari) destinato alla messa in sicurezza degli edifici scolastici su tutto il territorio nazionale, o alla costruzione di nuovi dove necessario; per evitare che il diritto allo studio si trasformi in una tragedia annunciata, come avvenuto a Campobasso o Torino.
Chiediamo la restituzione delle risorse sottratte alla scuola pubblica dalla riforma Gelmini, integrando questa richiesta con la proposta di una destinazione vincolata alla scuola pubblica del 5% del Pil, assicurando così alla scuola i fondi indispensabili per un suo corretto funzionamento che si esplica attraverso il potere-dovere di garantire a tutti l’ accesso si saperi.
Ci opponiamo con forza, inoltre, alla barbara volontà del governo di ridurre l’ obbligo scolastico, manifestando la necessità che, non solo lo si riporti a 16 anni, ma che anzi lo si innalzi a 18; questo in un’ ottica più vasta e complessa di seria lotta al triste fenomeno della dispersione scolastica, piaga sociale che, nei centri sottosviluppati, finisce spesso per foraggiare di giovane manovalanza i gruppi mafiosi e delinquenziali.
Per questo, accanto alla richiesta dell’innalzamento dell’ obbligo scolastico, proponiamo la completa gratuità dei libri di testo e un presalario mensile di 200 euro agli studenti che assolvano all’ obbligo scolastico, appartenenti a famiglie con reddito ISE inferiore a 15.000 euro annui; questo per evitare che lo studente sia visto come un peso che grava sul bilancio economico di quella famiglia, incentivandone al contrario il prosieguo degli studi.
Sappiamo bene però che il problema scuola deve essere necessariamente letto insieme al risvolto che esso produce e che ne costituisce parte integrante, ossia il lavoro.
Una lotta per il futuro della scuola pubblica italiana passa anche attraverso la causa di decine di migliaia di insegnanti che in questi anni si sono visti ridicolizzati e sminuiti nel loro impiego; per questo chiediamo che sia garantita ad essi, secondo Costituzione, la libertà di insegnamento, riconosciuta la piena professionalità (anche attraverso un piano triennale di aggiornamento a sostegno dello sviluppo professionale) e il ruolo, e vengano loro attribuiti livelli stipendiali pari agli standard europei.
È indispensabile che vengano, inoltre, coperti i posti vacanti nelle scuole con l’assunzione degli insegnanti precari, e che venga garantito a ogni scuola un organico di docenti tale da assicurare una buona qualità dell’istruzione con la realizzazione di progetti didattici innovativi che vedano l’uso delle nuove tecnologie e di nuove modalità di insegnamento. Così come pensiamo sia necessario garantire la funzionalità e il reale concorso alla vita plurale e democratica di ogni istituto ad opera degli organi collegiali, favorendo la partecipazione di tutti gli studenti ai momenti decisionali che attengono alla gestione amministrativa e alle scelte didattiche e formative della propria scuola.
Ecco, noi pensiamo che questo voglia dire difendere la scuola, agire per il suo bene e per quello di chi ne fa parte, studenti e lavoratori; lavoro e sapere. Queste sono le proposte che alimenteranno le nostre battaglie. Noi pensiamo sia indispensabile agire e mobilitarsi per il nostro bene, per i nostri diritti e per il nostro futuro; in difesa di una scuola pubblica di tutti e non odioso privilegio classista per pochi un domani. Per non essere servi in una società morta, senza sapere nè conoscenza.
Riprendiamo a lottare per rimanere liberi e avere come unico padrone noi stessi! Lottiamo per un’altra scuola, non per la luna!

Gian Piero Cesario - Responsabile Nazionale Scuola FGCI

venerdì 5 febbraio 2010

IL GOVERNO CONTINUA L' OPERA DI DEMOLIZIONE DELLA SCUOLA

Dopo i tagli in finanziaria di Tremonti, la vergognosa legge su scuola e università della Gelmini, la deprimente boutade in salsa leghista sulla quota al 30 % per gli studenti immigrati nelle classi italiane, ora finalmente anche i regolamenti governativi per il “riassetto” degli istituti superiori. Ne sentivamo il bisogno!
L’ indecenza manifesta di questo governo sta proprio nella sua costante demolizione della democrazia sociale e dei molti diritti faticosamente conquistati decenni addietro. E la scuola così come l’abbiamo vissuta noi fino ad oggi è l’oggetto principale da distruggere.

Non una scuola di tutti ma classista, e per giunta lanciata indietro quasi di un secolo. Il riordino dei licei e degli istituti tecnici e professionali non si allontana da questo obiettivo: riduzione drastica degli indirizzi e dei corsi di studio, chiusura di scuole, sedi e classi, meno ore di studio e di laboratorio, taglio di quasi ventimila docenti e la mancata assunzione di quelli già precari; ma soprattutto l’ idea stessa di scuola, in virtù della quale in una società aperta, cosmopolita, lanciata verso un meticciato di culture e conoscenze invece di ampliare le conoscenze e costruire una scuola in grado di formare le nuove generazioni, si riduce drasticamente la scelta formativa e quel poco che rimane lo si sgretola a suon di tagli. E questa sarebbe la scuola che ci avvicina all’ Europa!
La realtà è che con questo assetto gli studenti saranno obbligati ad operare una scelta drastica del loro futuro scolastico già a 13 anni, e la scelta sbagliata non potrà fare altro che rimpinguare le già esorbitanti cifre delle dispersione scolastica nostrana, in più saranno costretti a scegliere in una scuola dequalificata e destrutturata, con meno docenti e risorse.
La FGCI ha già detto un forte no all’ idea classista e privatistica che questo governo ha della scuola e dell’ istruzione, e i regolamenti governativi non sono da meno. In ogni città e scuola manifesteremo e combatteremo come sempre, perché contro questo governo la lotta non si fermi.

Gian Piero Cesario - Responsabile Nazionale Scuola FGCI

mercoledì 3 febbraio 2010

Scuola - PDCI: "Tra Sud e Centro-Nord un baratro. Governo smantella la scuola e umilia il Mezzogiorno"


“Fra la scuola elementare e media del Meridione d’Italia e quella del Centro-Nord rischia di aprirsi un baratro. E’ quanto rende noto l’Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico. E il baratro diverrà incolmabile a fronte di politiche scolastiche del Governo tese a smantellare tutta la nostra scuola pubblica e che umiliano il Meridione d'Italia.

Basta constatare che nel 2009-‘10 su un taglio totale di circa 1.800 classi nella scuola elementare ben 1.200 sono al Sud e nelle Isole; su un taglio di circa 1.200 classi alle medie, oltre 800 sono nel Sud e nelle Isole; le nostre 10.500 istituzioni scolastiche sono state ridotte di circa 300 unità, ben 140 si trovano nel Sud e nelle Isole, circa 80 solo in Calabria; i “licenziamenti” di migliaia di docenti precari hanno colpito pesantemente tutto il Paese, in modo pesantissimo il Sud e le Isole”. E’ quanto dichiarano Piergiorgio Bergonzi e Michelangelo Tripodi, rispettivamente responsabile Scuola e Mezzogiorno del PdCI - Federazione della sinistra.

“E che dire della scuola a tempo pieno. Le statistiche - continuano Bergonzi e Tripodi - dicono che su 135.000 classi di scuola elementare circa 99.000 (73%) sono a tempo “normale” e 36.500 (27%) a tempo pieno. Salvo poi scoprire che nel Sud e nelle Isole il tempo pieno, praticamente, è inesistente e che quindi al Nord e al Centro la scuola elementare a tempo pieno si avvicina al 50% del totale, mentre al Sud è prossima allo zero”.

“Per “colmare il baratro” - dicono ancora Bergonzi e Tripodi - il Governo deve riconoscere a tutti i bambini e le bambine del nostro Paese gli stessi diritti. Deve cioè stanziare risorse, molte risorse, perché il tempo pieno si espanda nel Nord e nel Centro Italia e si realizzi pienamente nel Sud, deve investire risorse perché tutti possano studiare in strutture scolastiche decorose e non cadenti”.

“Avanziamo due proposte: - concludono Bergonzi e Tripodi - 1) si utilizzino le immense risorse che si vogliono sprecare per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina per realizzare un grande piano di ristrutturazione e costruzione di edilizia scolastica (dieci miliardi in tre anni), un piano che consenta a tutti i bambini e ragazzi del nostro paese di studiare in edifici decorosi e che impegnerà, per la sua realizzazione, decine di migliaia di lavoratori e centinaia di imprese; 2) questo governo reinvesta immediatamente nella scuola le risorse tagliate in termini di classi e insegnanti per espandere ovunque il tempo pieno e per far sì che i bambini e le bambine del meridione d’Italia possano fruirne al pari di tutti i loro coetanei. E’ l’esatto contrario di come questo sciagurato governo di destra sta operando contro il futuro dei nostri giovani”.

venerdì 8 gennaio 2010

Scuola - Bergonzi: "E' emergenza: gli studenti non trovano nè 'leccornie' e nè carbone"



“Gli 8 milioni di studenti rientrando dalle vacanze non hanno trovato nelle loro scuole né le leccornie né il carbone della befana. La Gelmini, infatti ha deciso di privare le scuole pubbliche anche delle risorse indispensabili per il loro quotidiano funzionamento: per pagare i supplenti, per realizzare i progetti, per acquistare la cancelleria. Siamo all’emergenza: lo Stato non paga alle scuole 1 miliardo di euro ad esse dovuto per legge e impedisce loro di funzionare. A pagare sempre di più sono le famiglie!”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile scuola del PdCI – Federazione della sinistra.


“Gli 8 milioni di studenti - continua l’esponente del PdCI - di babbo natale e della befana non hanno trovato nemmeno i sacchi vuoti. Gelmini e Tremonti erano passati a fine 2010 e li avevano riempiti di 16.000 insegnanti precari, di altri trentamila docenti e non docenti, di 5000 classi, di 1 miliardo e 600 milioni: tutto rubato alla scuola pubblica con la Finanziaria 2010, tutto da rottamare! I due tuttavia un piccolo dono natalizio non potevano non farlo: 130 milioni alla scuola privata, mentre Formigoni, da parte sua in Lombardia, donava 50 milioni di “buono scuola” solo a 60.000 alunni( in buona parte ricchi e molto ricchi) delle private, nulla ai 900.000 delle pubbliche, nemmeno ai poveri e poverissimi”.

“Dobbiamo impedire – conclude Bergonzi - che ci rubino tutta la scuola pubblica. Dobbiamo pretendere anzitutto che lo Stato rispetti la legge pagando immediatamente il debito di 1 miliardo che le scuole italiane vantano nei suoi confronti. Dobbiamo pretendere che lo Stato investa nell’istruzione: le risorse più urgenti sono immediatamente reperibili tassando le rendite finanziarie e le grandi ricchezze come avviene nel mondo intero. Dobbiamo batterci perché i babbi natale e befane divenuti ladri del nostro futuro se ne vadano”.

martedì 10 novembre 2009

DIFENDERE LA SCUOLA

Dopo questi mesi di lotta non ci siamo ancora stancati ma anzi siamo più carichi che mai nella
difesa di una scuola e un sapere comune collettivo, libero e alla portata di tutti che il governo
Berlusconi vuole smantellare.
Secondo questo Governo la scuola pubblica non deve essere un perno di importanza vitale per il
Paese, in grado di garantire il sapere e la conoscenza a tutti i suoi cittadini, ma è il nemico
pubblico numero uno da dequalificare e destrutturare evitando che i giovani cittadini si formino
liberi ed emancipati, e al tempo stesso garantendo che l’unica istruzione di qualità sia quella dei
ricchi a fruizione dei ricchi.
Le norme dei ministri Gelmini e Tremonti servono, tout court, questa causa: quasi 8 miliardi di euro
di tagli ( il 20% dell’intero bilancio della scuola pubblica) e il licenziamento di circa 150 mila tra
docenti e personale ATA (gran parte personale precario), la facoltà di trasformazione degli istituti
scolastici in fondazioni di diritto privato, la riduzione dell’orario obbligatorio e la reintroduzione del
maestro unico alle elementari; ma anche la contemporanea introduzione dell’abbassamento
dell’obbligo di istruzione a 14 anni e il finanziamento delle scuole private e paritarie con le stesse
modalità del finanziamento alle scuole pubbliche (nel progetto di legge Aprea).
La pericolosità reazionaria di un simile disegno non può non essere immediatamente percepita da
ogni persona di buon senso; se il sapere è l’unico strumento reale di emancipazione sociale allora
si distrugga il sapere; se il sapere viene veicolato dalla scuola e dalle università pubbliche allora
siano dequalificate e sia impedito loro di svolgere il fondamentale ruolo ad esse prefigurato dalla
Costituzione, ossia quello di garantire a tutti il sapere; se l’unico modo per colpire un sistema
avanzato di valori e di principi, che vuole che i diritti fondamentali siano garantiti a tutti i cittadini, è
quello di colpirne la base costituita dal sapere e dall’istruzione garantita a tutti, allora lo si faccia, e
si crei una società di menti ignoranti e asservite più facili da comandare e magari da gettare in
pasto al capitalismo del libero mercato, avido di mano d’opera a basso prezzo.
La destra malsana che ci ritroviamo al governo intende questo quando parla, carica di aulici
eufemismi, di razionalizzazione o ripensamento del modello scuola. In realtà l’unico punto
fondamentale è distruggere le basi del sapere accessibile (costituzionalmente) a tutti,
indipendentemente dal fatto se i “tutti” in questione siano ricchi o poveri, avvantaggiati o disagiati,
cittadini o immigrati, meritevoli e non (perché prima di parlare di meritocrazia bisogna garantire a
tutti, anche a chi non è meritevole, di confrontarsi con le proprie capacità e ambizioni in una scuola
qualificata, e non utilizzare quel concetto come alibi per introdurre un’istruzione classista).
Non è un caso se accanto ai tagli troviamo la vergogna, indegna per un qualsiasi paese evoluto,
dell’abbassamento dell’obbligo scolastico da 16 a 14 anni, laddove la nostra dispersione scolastica
si attesta sopra il 20% rispetto all’ UE che si ferma al 14,7%. Come a dire, agevolare quel
fenomeno eliminando un obbligo che pure fatica a impedire che soprattutto al sud migliaia di
giovani finiscano nelle vie della delinquenza, più o meno organizzata, del lavoro minorile o della
semplice ignoranza. In un quadro simile è evidente che il nostro ruolo non è quello di stare a
guardare chi piccona i nostri diritti e il nostro futuro, ma è quello di agire contro, costituendo un
fronte di difesa che veda studenti, genitori, insegnanti, organizzazioni sindacali e studentesche,
liberi cittadini pronti a scendere in piazza e a difendere con unghie e denti una scuola pubblica non
più ispirata ai principi di democrazia, uguaglianza, laicità, solidarietà e pluralismo affermati dalla
Costituzione ma affine ad un’impostazione classista e anti-sociale.
Sentiamo la necessità e l’urgenza di fare in modo che la nostra generazione non sia l’ultima a
poter usufruire di un sistema scolastico pubblico e democratico, pensato per tutti e accessibile a
tutti. È per questo che sosteniamo e partecipiamo alla battaglia del referendum scolastico
nazionale voluto dall’UDS affinché gli studenti si pronuncino in prima persona su quattro temi di
interesse primario, come didattica, stages formativi, rappresentanza e diritto allo studio. Pensiamo
sia uno strumento importante di democrazia e possa essere il veicolo mediante il quale fare uscire fuori dalle aule scolastiche tutto il malessere di un popolo studentesco vessato e condannato nel
suo futuro da questo governo.
Da comunisti vogliamo mettere in campo alcune proposte, sulle quali costruire mobilitazioni con
tutti i soggetti politici e sociali che le condividono, imperniate su un'idea radicalmente diversa di
scuola.
Innanzi tutto proponiamo un piano straordinario decennale (le cui risorse siano reperite con la lotta
all’evasione e con la riduzione delle spese in armamenti e missioni militari) destinato alla messa in
sicurezza degli edifici scolastici su tutto il territorio nazionale, o alla costruzione di nuovi dove
necessario; per evitare che il diritto allo studio si trasformi in una tragedia annunciata, come
avvenuto a Campobasso o Torino.
Chiediamo la restituzione delle risorse sottratte alla scuola pubblica dalla riforma Gelmini,
integrando questa richiesta con la proposta di una destinazione vincolata alla scuola pubblica del
5% del Pil, assicurando così alla scuola i fondi indispensabili per un suo corretto funzionamento
che si esplica attraverso il potere-dovere di garantire a tutti l’ accesso si saperi.
Ci opponiamo con forza, inoltre, alla barbara volontà del governo di ridurre l’ obbligo scolastico,
manifestando la necessità che, non solo lo si riporti a 16 anni, ma che anzi lo si innalzi a 18;
questo in un’ ottica più vasta e complessa di seria lotta al triste fenomeno della dispersione
scolastica, piaga sociale che, nei centri sottosviluppati, finisce spesso per foraggiare di giovane
manovalanza i gruppi mafiosi e delinquenziali.
Per questo, accanto alla richiesta dell’innalzamento dell’ obbligo scolastico, proponiamo la
completa gratuità dei libri di testo e un presalario mensile di 200 euro agli studenti che assolvano
all’ obbligo scolastico, appartenenti a famiglie con reddito ISE inferiore a 15.000 euro annui;
questo per evitare che lo studente sia visto come un peso che grava sul bilancio economico di
quella famiglia, incentivandone al contrario il prosieguo degli studi.
Sappiamo bene però che il problema scuola deve essere necessariamente letto insieme al risvolto
che esso produce e che ne costituisce parte integrante, ossia il lavoro.
Una lotta per il futuro della scuola pubblica italiana passa anche attraverso la causa di decine di
migliaia di insegnanti che in questi anni si sono visti ridicolizzati e sminuiti nel loro impiego; per
questo chiediamo che sia garantita ad essi, secondo Costituzione, la libertà di insegnamento,
riconosciuta la piena professionalità (anche attraverso un piano triennale di aggiornamento a
sostegno dello sviluppo professionale) e il ruolo, e vengano loro attribuiti livelli stipendiali pari agli
standard europei.
È indispensabile che vengano, inoltre, coperti i posti vacanti nelle scuole con l’assunzione degli
insegnanti precari, e che venga garantito a ogni scuola un organico di docenti tale da assicurare
una buona qualità dell’istruzione con la realizzazione di progetti didattici innovativi che vedano
l’uso delle nuove tecnologie e di nuove modalità di insegnamento. Così come pensiamo sia
necessario garantire la funzionalità e il reale concorso alla vita plurale e democratica di ogni istituto
ad opera degli organi collegiali, favorendo la partecipazione di tutti gli studenti ai momenti
decisionali che attengono alla gestione amministrativa e alle scelte didattiche e formative della
propria scuola.
Ecco, noi pensiamo che questo voglia dire difendere la scuola, agire per il suo bene e per quello di
chi ne fa parte, studenti e lavoratori; lavoro e sapere. Queste sono le proposte che alimenteranno
le nostre battaglie. Noi pensiamo sia indispensabile agire e mobilitarsi per il nostro bene, per i
nostri diritti e per il nostro futuro; in difesa di una scuola pubblica di tutti e non odioso privilegio
classista per pochi un domani. Per non essere servi in una società morta, senza sapere nè
conoscenza.
Riprendiamo a lottare per rimanere liberi e avere come unico padrone noi stessi!
Lottiamo per un’altra scuola, non per la luna!

Gian Piero Cesario
Resp. Naz. Scuola
Ferazione Giovanile Comunisti Italiani

sabato 10 ottobre 2009

TAGLIA LA GELMINI!

http://www.fgci.it/


CLICCA PER INGRADIMENTO.... TAGLIAMO LA GELMINI!!!!!

mercoledì 29 luglio 2009

SCUOLA PADANA




Se a capo c'è un Berlusconi che sembra navigare bene nella tempesta degli scandali, la sua maggioranza traballa, sballottata dagli scossoni che arrivano dai venti del Sud e del Nord
Lombardo chiede fondi, garanzie e politiche per il Sud, altrimenti non si va avanti; Bossi è la Lega tornano quotidianamente ad alzare la testa con le uscite tipiche a cui siamo abituati da tempo. Se due giorni fa è stata la volta del pacifismo, poco credibile, sull'Afghanistan, ora si torna al repertorio “classico” e la Lega ha bloccato in Commissione la mini riforma della scuola firmata Aprea. Ma interessante è il perché di questo stop.La Lega, per conto della deputata Paola Goisis, ha proposto che gli insegnanti debbano sottoporsi ad un test che certifichi la loro puntuale conoscenza «della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». La Lega punta i piedi, è indignata dal fatto che nel Nord ci siano così tanti insegnanti provenienti dal Sud e dal Centro. Lo spiega Paola Goisis, «non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale». La deputata Gosis, nell'avanzare un proposta palesemente incostituzionale e datata a prima del 1861, descrive una verità lapalissiana e cioè che in Italia il maggior numero di laureati si registra a Sud e al Centro e pertanto, considerato che i concorsi pubblici per l'insegnamento posso essere fatti da tutti i cittadini aventi titolo, è ovvio che la maggioranza di professori siano di quelle zone. Anzi le scuole del Nord, se non attingessero per il loro organico tra i “professori terroni”, rimarrebbero proprio chiuse. Ma proprio su questo terreno insiste la Lega, secondo la Goisis infatti, non dovrebbero più essere considerati, ai fini del reclutamento degli insegnanti, i titoli di studio perché «non garantiscono un'omogeneità di fondo e spesso risultano comprati». Affermazioni gravi, per certi aspetti anche comiche, ma che vogliono fare della cultura e dei titoli di studio carta straccia, l'importante è avere sangue padano.Ovviamente la proposta leghista ha scatenato polemiche e reazioni, non solo tra l'opposizione ma anche tra la stessa maggioranza, tanto da richiedere l'intervento del saggio presidente Fini che ha assicurato che nell'iter della riforma verranno rispettati «i principi fondamentali della Costituzione». Secondo Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del Pdci, «con questo governo è diventato possibile tutto, persino che la Lega pensi di spaccare il Paese attraverso la scuola. Comunque è la politica della Gelmini sulla scuola a dare adito a queste sortite della Lega. La scuola dei dialetti è figlia della scuola dei privilegi».


Alessandra Valentini

martedì 17 marzo 2009

Il PdCI aderisce allo sciopero del 18 marzo indetto dalla Cgil


Il prossimo 18 marzo la CGIL indice uno sciopero generale della conoscenza. Per la prima volta scuola università, ricerca, formazione professionale sciopereranno insieme. I Comunisti italiani aderiscono a questo sciopero, vi parteciperanno, invitano tutti i lavoratori ad aderirvi, ne condividono le ragioni che lo motivano e gli obiettivi che persegue. Questa straordinaria iniziativa nazionale, infatti, costituisce la risposta necessaria per fronteggiare e sconfiggere il progetto più reazionario che la destra abbia mai messo in essere nella storia del nostro Paese: negare alla maggioranza dei giovani il diritto all’istruzione, al sapere e quindi al futuro; sovvertire l’articolo 3 della Costituzione italiana che nella realizzazione del diritto all’istruzione per tutti vede la condizione imprescindibile dell’uguaglianza fra i cittadini; realizzare una “società dell’ignoranza” precludendo ogni possibilità di trasformazione e di progresso del Paese e gettando le basi di un sistema sociale ademocratico fondato sul principio della disuguaglianza. Solo a questi esiti drammatici per il futuro del Paese potranno infatti portare i tagli a scuola università e ricerca realizzati l’estate scorsa dal governo della destra. Essi, come noto, sono di un’entità tale ( corrispondono al 20% dei bilanci di scuola università e ricerca e non hanno precedenti nella storia d’Italia!) da produrre lo smantellamento della scuola e dell’università pubbliche e statali, la loro privatizzazione, la negazione del diritto al sapere per la maggioranza dei giovani del nostro Paese. Quei tagli già oggi impediscono il normale funzionamento di scuole e università. Essi, se confermati, fin dal prossimo anno scolastico impediranno allo Stato di assicurare a ben 300.000 bambini (su 450.000!) di sei anni iscritti al primo anno della scuola dell’obbligo le 30-40 ore di lezione settimanali che i loro genitori hanno richiesto e che sempre erano state garantite. Sulle famiglie ricadranno i costi di chi vuole un tempo scolastico adeguato per i propri figli, a partire dal primo anno dell’obbligo scolastico! Quei tagli, quando realizzati, produrranno la riduzione di oltre 150.000 posti di lavoro. Docenti, ricercatori, lavoratori del settore, in grande maggioranza precari da anni o da decenni nella scuola nell’università e nella ricerca, lasciati senza lavoro; bambini, ragazzi, studenti, lasciati senza docenti. Quei tagli, quando realizzati, provocheranno un impoverimento tale della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche da costringerle al reperimento di risorse esterne, dalle famiglie e dai privati. L’istruzione non sarà più un diritto fondamentale e inalienabile del cittadino garantito dalla Repubblica ma un servizio a pagamento e quindi qualificato solo per chi potrà economicamente permetterselo. Si verificherà la privatizzazione di scuola e università come già prevista e ben definita nella leggi della destra: con la trasformazione delle scuole e delle università pubbliche in fondazioni; con l’abolizione del valore legale del titolo di studio; con l’affermazione di scuole confessionali e di tendenza; con l’assunzione diretta dei docenti da parte delle scuole e la fine dell’indipendenza del sapere, della libertà di insegnamento e di apprendimento; con scuole e università qualificate riservate solo ad elite privilegiate; con la negazione del diritto a conseguire un semplice diploma di secondaria superiore per la maggioranza dei giovani diciottenni.
Il governo della destra conferma e sta attuando quei tagli finalizzati alla realizzazione del proprio progetto eversivo. Li conferma e li attua nonostante il grande movimento di lotta che si è opposto e si sta opponendo ad essi. Li conferma e li attua nonostante la forte richiesta e il bisogno di cultura che viene dal Paese e di cui le domande di iscrizione alle scuole con quote orario elevate sono la manifestazione più evidente. Li conferma e li attua nonostante il sopraggiungere di una crisi economica globale gravissima che induce i Paesi più avanzati ad individuare negli investimenti sul sapere (scuola università e ricerca, appunto) il volano indispensabile per superare la crisi. Al punto che gli Stati Uniti in questi ultimissimi giorni hanno deciso di raddoppiare gli investimenti nel settore.
La destra confermando i tagli al sapere, alla scuola, all’università e alla ricerca si assume la responsabilità storica non solo di perseguire un progetto eversivo senza precedenti della società della Costituzione ma anche di affondare il Paese nella crisi, di condannare l’Italia ad un futuro di arretratezza economica e di disuguaglianza sociale. Siamo in grado di fermare questa deriva sciagurata. A questo fine lo sciopero del 18 è di importanza decisiva. Esso è, insieme, uno sciopero per la conoscenza e per il futuro dell’intera società. E’ uno sciopero per riaffermare quello all’istruzione e al sapere come diritto inalienabile, un diritto assicurato dalla Repubblica in scuole e università pubbliche, statali, laiche, pluraliste; è uno sciopero che dicendo no ai tagli chiede maggiori risorse per la scuola e l’università per realizzare quelle riforme che le mettano compiutamente in grado di formare il cittadino, di garantire a tutti il diritto ad un’istruzione qualificata e al sapere critico, di assicurare ai capaci e meritevoli (non ai più ricchi) la possibilità di accedere ai gradi più alti degli studi. E’ uno sciopero che fa propria l’istanza fondamentale di un grande movimento di lotta e del milione di genitori che nei giorni scorsi ha iscritto i propri figli al primo anno della scuola dell’obbligo: più istruzione e migliore istruzione per garantire il futuro ai bambini, ai giovani di oggi e all’intera società. E’ uno sciopero che si muove in continuità col grande movimento di lotta per il diritto al sapere che ieri e ancor più domani sarà protagonista di una delle più importanti battaglie di civiltà.



Piergiorgio Bergonzi
Resp. Naz. Scuola PdCI